For Marco Introini, photography is not an endpoint but a starting point. Before the shot comes a period of study: historical and contemporary maps, cartographies, iconographies, drawings. These are tools not merely for orientation in space, but for understanding how a place has taken shape over time — what geographic, architectural and economic forces have drawn its form.
This habit of drawing and representation comes from his training at the Politecnico di Milano, where he graduated in architecture. Drawing taught him to look before he photographs: to measure proportions, to understand light as a constructed phenomenon, to read a building as part of a larger system. To this day, before any photographic campaign, he fills sheets of paper with sketches and notes — not to plan every frame, but to enter into a relationship with a place.
The photography that results is documentary in the strictest sense: not illustrative, not decorative, but analytical. The aim is to render the complexity of a territory — its historical layering, its transformations, its signs — through images that can be read as one reads a map: with attention, with patience, returning to them.
This method also shapes his teaching. At the Politecnico di Milano, where he teaches Techniques of Spatial Representation, photography is treated as an instrument of knowledge, not as a technique in itself. The relationship between image, drawing and territory is the constant theme, both in the studio and in the field.
IL METODO
La fotografia, per Marco Introini, non è un punto di arrivo ma un punto di partenza. Prima dello scatto viene uno studio: mappe storiche e contemporanee, cartografie, iconografie, disegni. Strumenti che non servono solo a orientarsi nello spazio, ma a capire come un luogo si è formato nel tempo, quali forze — geografiche, architettoniche, economiche — ne hanno disegnato la forma.
Questa abitudine al disegno e alla rappresentazione viene dalla formazione al Politecnico di Milano, dove si è laureato in architettura. Il disegno gli ha insegnato a guardare prima di fotografare: a misurare le proporzioni, a capire la luce come fenomeno costruito, a leggere un edificio come parte di un sistema più ampio. Ancora oggi, prima di ogni campagna fotografica, riempie fogli con schizzi e annotazioni — non per pianificare ogni inquadratura, ma per entrare in relazione con il luogo.
La fotografia che ne risulta è documentaria nel senso più rigoroso del termine: non illustrativa, non decorativa, ma analitica. L'obiettivo è restituire la complessità di un territorio — la sua stratificazione storica, le sue trasformazioni, i suoi segni — attraverso immagini che possano essere lette come si legge una mappa: con attenzione, con lentezza, tornandoci.
Questo metodo guida anche l'insegnamento. Al Politecnico di Milano, dove insegna Tecniche della Rappresentazione dello Spazio, la fotografia viene affrontata come strumento di conoscenza, non come tecnica fine a sé stessa. Il rapporto tra immagine, disegno e territorio è il tema costante, in studio come sul campo.